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La storia di Rimini

La storia di Rimini

Da Ariminum a Rimini terzo millennio, dai romani ai proverbiali tedeschi, ed ora i russi e gli americani.
Una città che negli ultimi anni ha ancora di più mescolato la propria cultura con quella delle decine di popolazioni che l'hanno scelto per le proprie vacanze, i propri affari e/o per vivere i frenetici ritmi della riviera adriatica, dove la notte sembra confondersi con il giorno.
Si è guadagnata l'appellativo di capitale del turismo, ma è ora anche la regina delle fiere, dei congressi e dei meeting.

Lo sapevi che..
La piada
La piada è un cibo semplice. Molto meno semplice è ricostruire la sua storia. Cominciamo dal nome. L'etimologia è incerta: la maggior parte degli studiosi collega il romagnolo "piè", "pièda" (poi italianizzato in "piada") al greco plakous, focaccia. Il termine, se non l'alimento, sarebbe quindi un relitto della dominazione bizantina. Il "testo" su cui viene cotta la piada deriva invece dal latino testa, coccio (i "testi" degni di questo nome sono infatti di terracotta refrattaria). Il che ci rimanda all'età romana. Al mondo latino sembra rinviare anche il famoso episodio del VII libro dell'Eneide: il segno celeste del sospirato approdo alla terra promessa - e dell'happy end - è proprio quella specie di piada che il pio Enea e i suoi affamati compagni sono costretti a sgranocchiarsi in mancanza di meglio. Chi non ha dubbi sulla latinità della piada è Giovanni Pascoli, che la chiama "pane r ude di Roma" e le dedica un verboso poemetto-ricetta. Intendiamoci: come le numerose consorelle di cereali impastati e cotti su lastre di pietra o terracotta (dalla yufka turca alla rodha indiana, dalla burgutta eritrea alla taguella dei Tuareg), la piada è realmente un alimento arcaico. Le radici di questi cibi affondano nel neolitico, nientemeno. La prima menzione di una vivanda chiamata "piada" si trova, per quel che è dato sapere, nella Descriptio Romandiole del cardinale Anglico, del 1371. Alla comunità di Modigliana è imposto, tra gli altri balzelli, un tributo alla Camera Apostolica di due piade. E' francamente difficile immaginare che da una comunità di 621 focolari (circa tremila anime) ci si accontentasse di esigere due piadine, che bastano sì e no per l'antipasto di un inappetente. Si dovrà quindi pensare che queste piade trecentesche fossero larghe focacce lievitate e forse condite con strutto, cotte nel forno: del tipo di quelle che nel ravennate si chiamano tuttora "piè" e nel resto della Romagna "spianate". Intorno al 1572 il medico riminese Costanzo Felici, in un trattato sulle insalate, parla incidentalmente delle "placente, cresce o piade", e le definisce "pessimo cibo, con tutto che a molti tanto piaccia". Qual è la ragione di un giudizio così sprezzante? Ci aiuta ad orientarci meglio un'altra testimonianza. Nel 1622 il cronista Giacomo Antonio Pedroni, dopo alcune considerazioni sulla carestia che imperversava e sul micidiale rincaro dei prezzi dei generi alimentari, annota che "più persone facevano delle piadine di sarmenti e fave macinati insieme, per mangiarle in così gran bisogno". Queste miserabili piadine fabbricate con ingredienti vili e vilissimi avranno avuto la forma, se non la composizione, delle attuali. Nel 1801 Michele Rosa consiglia ai più derelitti di confezionare piade colla ghianda macinata. Alla piada il cronista ottocentesco Filippo Giangi dedica non più che un paio di brevi citazioni. Là dove ci informa che i popolani riminesi erano soliti consumarle, al sacco, nelle scampagnate estive alle Grazie, le giudica, sdegnosamente, un cibo plebeo. Singolare è una notizia del 1823: una ragazza di diciott'anni, tale Adelaide Bazzini, muore per un'indigestione di uova sode e piadine: ma si tratta di laute piadine fritte. Il sospetto, in breve, è che la fragrante piada di fior di farina che Maria Pascoli preparava al commosso (e goloso) fratello e che un immane terziario piadaiolo ammannisce quotidianamente, oggi, a tutti i romagnoli, sia una variante nobile - e relativamente recente - delle meschine piadine di cerali vili e altri miserabili ingredienti (fave, ghiande, crusca e perfino segatura) che, nei "bei" tempi andati, servivano almeno a calmare i morsi della fame. Se ne traevano delle piade per una sola ragione: che quella robaccia non si poteva mescolare al lievito e panificare. Si può ulteriormente supporre che le piadine abbiano avuto un massiccio rilancio nel secolo scorso, a seguito della diffusione del mais. Si sa che i romagnoli, anche i più indigenti, non hanno mai avuto in simpatia la polenta. Non potendo fare il pane con la farina di frumentone, si saranno adattati a cavarne delle tortillas. Le grandi inchieste sociali dell'Ottocento, le relazioni dei medici e la memoria concorde dei vecchi contadini tramandano il ricordo di tristi piade "d'furmantoun" o, nel migliore dei casi, "armes-ci", cioè di farina di grano e di mais. "Maria / nel fiore infondi l'acqua e poni / il sale": magari.
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Ariminum
Battuti definitivamente i Galli e i loro alleati nella battaglia di Sentino (295 a. C.), nel 268 i Romani fondano la città di Ariminum, traendo il nome da quello del fiume Marecchia (Ariminus), così che il toponimo significa, alla lettera,"la città sul Marecchia". E' probabile che nel luogo preesistesse un insediamento più o meno ampio ed organizzato. L'orientamento della città è una spia eloquente dei progetti del governo di Roma: il "cardine", da monte a mare, ribadisce l'importanza della vecchia via commerciale villanoviana, mentre il "decumano" svela inequivocabili mire espansionistiche in direzione della Valle Padana. All'incrocio fra i due assi principali si apre il foro, cuore politico, religioso ed economico di Ariminum. Vie minori parallele o perpendicolari agli assi delimitano gli isolati, razionalmente disposti a scacchiera. La città, cinta di mura in opus quadratum, può ospitare dai dieci ai ventimila abitanti; altrettanti popolano l'agro, centuriato secondo la regola astronomica e fittamente appoderato. I seimila coloni laziali e campani che, secondo gli storici antichi, si stabiliscono in territorio riminese, sono infatti capifamiglia con moglie, figli e servi. La fondazione di Ariminum è un fatto storicamente significativo, giacchè segna la definitiva vittoria dei sostenitori di uno Stato romano esteso a tutta la penisola contro i fautori di uno Stato circoscritto al Lazio, cioè, in sostanza, dei populares contro il patriziato. La costruzione delle grandi strade consolari riconferma sia questa scelta politica, ormai irreversibile, che il ruolo di caposaldo di Ariminum. Nel 220 Caio Flaminio inaugura la via Flaminia, arteria commerciale e militare di 212 miglia integralmente selciate che congiunge Roma con l'ager gallicus. Nel 187 Emilio Lepido apre la via Emilia che, da Rimini a Piacenza, attraversa e collega l'intera Valle Padana. Nel 132, infine, Publio Popilio Lenate traccia la via Popilia, la strada costiera che, partendo da Rimini, arriva ad Adria e forse ad Aquileia. Importante centro fortificato, sicuro sbocco portuale e primario caput viarum, Ariminum è ormai, tra il II e il I secolo a. C., una città attiva e florida che pratica l'artigianato e il commercio, e dove si affermano famiglie potenti come gli Ovii e i Maecii. Nel 90, al termine di un processo di ascesa politica ed economica di quasi due secoli, Rimini cessa di essere una colonia di diritto latino e diventa municipio romano; i suoi abitanti, parificati ai cittadini di Roma, vengono iscritti alla tribù aniense. Nella guerra civile tra Mario e Silla, ovvero tra i populares e il partito patrizio, Rimini si schiera coi primi. Presa a tradimento la città, Silla la mette a ferro e fuoco (82 a. C.). I partigiani di Mario sono banditi. La fonte del sacco di Silla è Cicerone; la testimonianza è autorevole, ma non ha trovato conferma in ritrovamenti archeologici. Il 12 gennaio del 49 un altro più famoso rappresentante dei "popolari", Giulio Cesare, attraversa il Rubicone alla testa della XIII legione. Più di trecento anni di discussioni, spesso molto vivaci, non sono bastati a chiarire quale degli attuali corsi d'acqua debba identificarsi col Rubicone: se il cesenate Pisciatello, il savignanese Fiumicino o il riminese Uso; pare infatti che l'antico Rubicone abbia modificato il suo corso nell'alto Medioevo. L'attraversamento in armi del fiumicello - confine tra la Gallia Cisalpina e l'Italia - costituisce un gesto di aperta e insanabile ribellione al senato di Roma ed è stato tradizionalmente interpretato come l'atto simbolico del trapasso dalla repubblica al principato. La sera stessa Cesare si acquartiera ad Ariminum. L'età augustea costituisce per Rimini un periodo di vasti interventi pubblici e, di conseguenza, di rinnovamento, di crescita e di generale benessere. Nel 27 a. C., al termine del radicale restauro della via Flaminia, è eretto l'arco d'Augusto. Il monumento, tutto in pietra d'Istria, ha la doppia funzione di porta principale della città e di arco trionfale (sull'attico è collocata una statua in bronzo dell'imperatore), ed è il primo e il più importante fra quelli costruiti nella Cisalpina. Iniziato nel 14 d. C., ultimo anno di vita di Augusto, il ponte a cinque arcate sul Marecchia sarà terminato nel 21 dal suo successore Tiberio, a cui è oggi intitolato. Alla costruzione dell'arco e del ponte, collocati ai due estremi del "decumano" - che diviene così la via più importante della città, e tale resterà fino ai nostri giorni - si affianca un ampio programma di lavori pubblici: nell'anno 1 d. C. Caio Cesare, figlio adottivo di Augusto, fa lastricare tutte le strade; allo stesso periodo data l'erezione del teatro nelle adiacenze del foro. I templi e gli edifici pubblici vengono rivestiti di pietra, importata massicciamente dall'altra sponda dell'Adriatico. Gli edifici privati si arricchiscono di pavimenti musivi, marmi pregiati ed eleganti intonaci, e confermano l'impressione di una diffusa agiatezza. Successivi imperatori completano gli impianti pubblici di Ariminum. Al tempo di Domiziano (81-96 d. C.) risalgono l'acquedotto e la rete fognaria. Il grande anfiteatro, di dimensioni non inferiori a quelle del Colosseo, è eretto in età adrianea (119-138). Ad Antonino Pio (138-161) spetterebbe la costruzione della fontana pubblica. Fra l'età degli Antonini e quella dei Severi si assiste a un consistente sviluppo dell'edilizia privata, promossa da possidenti, mercanti e funzionari. La struttura economica di Ariminum consente ancora l'accumulo di grandi patrimoni, ma la maggioranza dei cittadini deve far fronte a un processo di progressivo impoverimento.
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Il pesce azzurro
Il pesce azzurro è una grande risorsa alimentare e gastronomica ingiustamente sottovalutata e certamente sottoutilizzata. Nonostante gli interventi di dietologi e associazioni di consumatori, in Italia la maggior parte del pescato continua ad essere trasformato in mangime per gli animali. Tolti i sardoncini, nei ristoranti è quasi introvabile. Quali sono le ragioni di un'ostilità così radicata? Il motivo principale è che se ne pesca in abbondanza e costa poco. Chi identifica il buono col caro, tende stupidamente a snobbarlo. E' anche un alimento calunniato: molti credono che il pesce azzurro sia grasso, di difficile digestione e, in definitiva, meno sano dell'altro. Invece, come è stato dimostrato sperimentalmente, è un autentico toccasana per chi ha problemi di colesterolo. I grassi polinsaturi, di cui è ricco, sciolgono il colesterolo. E' anche un concentrato di fosforo, che farebbe bene a tanti. Quanto alla digeribilità, tutto dipende da come lo si cucina. Il pesce azzurro è vittima, infine, di prevenzioni gastronomiche francamente assurde, perchè ha una carne tenera e saporita e può essere cucinato in un'infinità di modi: crudo, lessato, alla griglia, sulla piastra, al forno, in tegame. Si aggiunga che ad ogni varietà di pesce azzurro corrispondono preparazioni tradizionali differenti. La "morte" dello sgombero e della "saraghina" è la cottura in graticola. Il sughero è meglio lessarlo. Il "beccone" va marinato. Le sarde sono squisite al forno, in tegame col pomodoro e nei sughi per la pastasciutta. I "sardoni" sono altrettanto buoni fritti che scottati sul "testo", o infilzati negli spiedini, o alla livornese. Abbiamo un patrimonio di migliaia di ricette regionali a base di pesce azzurro, una migliore dell'altra. Alcune, poi, raffinatissime. Le sarde imbottite, per esempio, discendono da un sofisticato piatto romano di cui il grande Apicio ci ha conservato la ricetta e che prevedeva una cottura al cartoccio. Il pesce azzurro è accompagnato dalla fama di cibo plebeo. In effetti, non sembra vantare amicizie altolocate. In passato, il pesce minuto in generale, e quello azzurro in particolare, erano la risorsa feriale dei pescatori, una delle comunità più povere. Tutti gli altri, potendo, ne facevano volentieri a meno. Non a caso era cibo di vigilia. I soli locali pubblici che lo cucinavano erano le osterie, in alternativa al baccalà e alla trippa. A differenza che in altre regioni, in Romagna la "cultura" del pesce azzurro (anzi, come diciamo noi, "turchino") è modesta. Un piatto trivialissimo, ma che riscuote tuttora consensi plebiscitari, è la piada imbottita di saraghina cotta in graticola, con contorno di radicchio e cipolla. Una bomba. C'è da temere che la moda della cucina povera lo introdurrà presto nei ristoranti di lusso. Al prezzo dell'aragosta, s'intende.
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Federico Fellini (1920-1993)
Nato a Rimini il 20 gennaio del 1920, vi trascorse l'infanzia e la giovinezza. La sua "iniziazione" cinematografica avvenne al Cinema Fulgor. Nella città natale dette le prime prove del suo talento come disegnatore caricaturista. Trasferitosi a Roma nel 1939, collaborò con testi e vignette a giornali umoristici. Scrisse poi copioni e gag per il teatro di rivista e per la radio. Nel 1943 sposò l'attrice Giulietta Masina, che sarà, oltre che la protagonista di molti suoi film, la compagna della sua vita. Ad introdurlo nel mondo del cinema fu il comico Macario. Dopo aver collaborato come sceneggiatore ad alcuni film di "serie B", incontrò Roberto Rossellini, per il quale sceneggiò Roma città aperta e Paisà. Esordì nella regia nel 1951 con Luci del varietà, girato a quattro mani con Alberto Lattuada. Nel 1952 diresse Lo sceicco bianco. Seguirono I vitelloni (1953) e La strada (1954), che gli valse il suo primo Premio Oscar. Ottenne il secondo Oscar con Le notti di Cabiria (1957). Protagonista di entrambi i film era la moglie Giulietta. Tra i suoi film successivi: La dolce vita (1959), Palma d'oro a Cannes, 8 1/2 (1963), terzo Oscar, Fellini-Satyricon (1969), Roma (1972), Amarcord (1973), quarto Oscar, Casanova (1976), Prova d'orchestra (1979), E la nave va (1983), Ginger e Fred (1985) e La voce della luna (1990), suo ultimo film. Nel 1993 gli fu conferito il Premio Oscar alla carriera. Si è spento a Roma il 31 ottobre 1993. Riposa nel cimitero di Rimini. Intervista a Federico Fellini
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La piadina
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Federico Fellini
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