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Cannibali e orchesse
Di una delle più antiche, tenaci e inquietanti dicerie del Riminese è vittima la popolazione di San Giovanni in Marignano. La diceria è quella del tedesco mangiato: voce talmente radicata, che nelle vecchie dispute di campanile i Cattolichini chiamavano i loro confinanti, ingenerosamente, "mangiatedeschi" ("magna al tudèsch"). Se, braccando e controllando le fonti, si risale fino alle più remote origini dell'imbarazzante storia, si può (forse) scagionare i Marignanesi: che, come tutti i Romagnoli, hanno un appetito gagliardo. Ma non per i cristiani.
Nell'immediato dopoguerra - come testimonia Gianni Quondamatteo - circolò insistente la voce che nel 1944, durante il passaggio del fronte, alcuni abitanti di un paese vicino a Rimini, perlopiù identificato con San Giovanni, avessero ucciso e mangiato, più per furore che per digiuno, un soldato tedesco in ritirata. Del fattaccio, com'è ovvio, non si fa menzione nè nella stampa nè in altri documenti dell'epoca.
Ci guarderemo bene dal pronunciare il fatidico "Chi sa, parli", perchè il caso è platealmente indegno di fede. Si tratta, infatti, di un puro e semplice remake di una diceria ottocentesca. A dar retta a questa, infatti, nel 1859 i Marignanesi avrebbero banchettato con un soldato austriaco. Sull'episodio si tramandano due differenti versioni: una soft e una hard. La versione più misericordiosa - riferita da Primo Galli a Elda Pagliarani e pubblicata da Quondamatteo - racconta che un soldato austriaco sarebbe stato sorpreso mentre molestava una ragazza di San Giovanni dai fratelli della donna, i quali, senza tanti complimenti, lo avrebbero sbattuto nel forno del pane e cotto a puntino. Del cannibalismo si conserva solo un vago cenno: inferociti dalle prepotenze e dalle ruberie dei "tedeschi", alcuni Marignanesi avrebbero affondato i denti nel "fagotto dell'arrosto".
Stando invece alla versione più sinistra - raccolta e divulgata da Carlo G. Vanni - gli abitanti di San Giovanni avrebbero "ucciso, fatto a pezzi, venduto alla macelleria locale, indi mangiato" un soldato austriaco, non sappiamo quanto coriaceo. Vanni fa addirittura il nome del carnefice - Alfonso Bacchini detto "Milòn" - e precisa puntigliosamente la data: 22 giugno 1859.
Qual è la credibilità di questa vecchia storia? Secondo il nostro disinteressato parere, è scarsa, dal momento che nessuna fonte scritta coeva o di poco posteriore ne fa menzione. La tradizione è esclusivamente orale, proprio come quella delle favole popolari, in cui il tema del cannibalismo è, non per caso, tra i più ricorrenti. Un'ulteriore ragione per cui la diceria ci sembra sospetta, è che anche il fattaccio del 1859 ha un precedente storico che risale a più di mille anni prima.
Ce lo narra Procopio da Cesarea nel capitolo XX del secondo libro delle Storie. Corre l'anno 539. Un lustro ininterrotto di scontri fra Goti e Bizantini, scorrerie, saccheggi, devastazioni, ha ridotto l'Italia allo stremo. Infuria la carestia, mietendo migliaia di vittime e imbarbarendo i superstiti. Ma diamo la parola a Procopio: "Si dice che due donne, in un villaggio oltre Rimini, mangiarono diciassette persone. S'era dato il caso che fossero le sole superstiti del villaggio; perciò gli stranieri che passavano di lì andavano a stare nella casa dove abitavano; e quelle li uccidevano nel sonno e li mangiavano. Si racconta però che il diciottesimo ospite, svegliatosi proprio mentre quelle megere stavano per fargli la festa, balzò su, apprese da loro tutta la faccenda e le uccise entrambe".
E' possibile che quel "villaggio oltre Rimini" fosse San Giovanni? In tal caso l'antica vicenda raccontata da Procopio sarebbe sopravvissuta ostinatamente nei bassofondi della memoria collettiva: al punto da riaffiorare ciclicamente a parecchi secoli di distanza al riprodursi di analoghe circostanze critiche: guerra, fame, paura, diffusi sentimenti xenofobi.

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