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Identikit della moglie perfetta
Di ciascuna di queste donne si vorrebbe sapere di più. Delle altre, che vissero all'ombra dei padri e dei mariti, conosciamo, al massimo, la data di nascita e quella di nozze, l'ammontare della dote, il numero dei figli, la data di morte. Nè un'autobiografia nè un diario nè un epistolario ci sono giunti. Ignoriamo cosa facessero e pensassero. A dettare le norme morali e le regole di comportamento - oltre che le disposizioni statutarie e le leggi suntuarie - erano gli uomini.
In occasione delle nozze della figlia Laudomia con Antonio Diotallevi, il gentiluomo riminese Pietro Belmonti (1537-1592), cavaliere di San Giorgio, persona di buone letture e poeta a tempo perso, scrisse il trattatello Institutione della sposa. Con questa operetta, stampata a Roma nel 1587, Belmonti si propose di disegnare l'identikit della moglie perfetta: donna innanzi tutto pia, spesso raccolta in preghiera, generosa nelle elemosine, attiva, economa, gelosissima del suo onore e attentissima alla sua reputazione, tanto da "fuggire non solo la vita, ma ogni parola poco onesta". L'esempio è la biblica Ruth, che mieteva il grano seduta, "acciocchè, piegandosi, non fosse veduta alcuna delle sue parti ignuda".
La preoccupazione maggiore di Belmonti è il vestirsi alla moda, "vano errore dove precipitano si può dire tutte le donne". Non si pretende che una brava moglie si copra di stracci, ma "è pazzia solenne" ammonisce "il vedere una privata cittadina comparire con vesti e adornamenti più a principessa e a gran signora che a lei convenienti". Altrettanto severo è il suo giudizio sui gioielli e soprattutto sul make-up: "Il colorarsi e l'imbiancarsi è cosa abominevole".
Minuziose fino alla pedanteria sono le regole di comportamento a cui le signore vorranno attenersi durante i banchetti: evitino sia di abbuffarsi che di mostrarsi inappetenti e schifiltose; non si installino con "ambo le braccia sopra della tavola"; si guardino dal "far strepito con la bocca" mentre mangiano; bevano poco vino e "molto ben inacquato"; non lascino "il boccon della vergogna" nel piatto; non si puliscano le mani col pane; non si grattino; non si detergano il sudore; non sputino; non si soffino "sconciamente il naso sul più bel del mangiare". E se poi seguono le danze, non siano scortesi e accettino pure qualche invito, ma evitino come la peste di ballare "il ballo che noi sogliam chiamare la Gagliarda", considerato, all'epoca, trascinante e peccaminoso.
Quanto infine ai rapporti col marito, Belmonti suggerisce a Laudomia una regola semplice ed aurea: dargli sempre ragione: "Sarai accorta" egli scrive "non contraddire giammai ad alcun suo detto, quantunque dalla tua parte avessi ogni ragione, perchè nelle contese chi fugge vince". Agli scatti d'ira del marito la brava moglie non opporrà "scusa nè replica alcuna", ma se ne resterà "tutta umile e tacita". E, insomma, lo amerà non già per le sue doti e i suoi meriti, ma "perchè egli ti è marito, e non per qualsivoglia altra condizione".

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